Il tweet di don Bosco: Chi confida nella Madonna non sarà mai deluso

Mario Bordignon

Chi sono

Nome Mario Bordignon
Data di nascita 14 settembre 1947
Luogo di nascita Bessica, Loria (TV)
Voti perpetui 16 agosto 1972
Terra di missione Mato Grosso - Brasile

Mi chiamo Mario Bordignon e da trent’anni vivo in mezzo agli indigeni bororo del Mato Grosso, in Brasile.

Con tutto il rispetto per i grandi missionari del passato, penso che sia più difficile oggi essere missionario perché le interferenze della società occidentale nelle culture indigene sono molto forti.

È il lato negativo del progresso. Da un lato una macchina fotografica o una videocamera sono strumenti preziosi per preservare la cultura, dall’altra i cellulari, la radio, la televisione invadono tutto con la cultura dominante.

Uno dei nostri compiti di missionari è difendere l’identità di un popolo. Il fenomeno della perdita culturale purtroppo è mondiale: si dice che si perdono 2-3 lingue al giorno nel mondo e con la lingua anche la cultura.

La mia missione

Da quando negli anni Ottanta sono andato a lavorare nei villaggi bororo, in particolare a Meruri, l’attività che mi ha più impegnato è stata la creazione di una scuola differenziata che facesse conoscere la cultura nazionale senza perdere la ricchissima cultura bororo.

La cosa più bella che ho fatto è stata di lasciarmi affiancare da un anziano molto competente, che è stato il mio padrino. Io imparavo da lui e facevo da ponte con i ragazzi a scuola. Poco per volta abbiamo realizzato una scuola bilingue interculturale, coinvolgendo anche gli anziani.

Oggi la scuola è in mano ai Bororo: abbiamo formato i maestri, che hanno fatto studi universitari, due miei allievi sono avvocati, il direttore della scuola è indigeno.

Oltre a lottare per la sopravvivenza culturale, ho cercato di aiutare i Bororo nel loro sostentamento economico, vero punto critico.

Il consumismo è arrivato anche qui: i Bororo hanno sperimentato un passaggio brusco dall’economia tradizionale a quella occidentale, faticano a capirne a ad assimilarne i meccanismi. È facile comprare, ma senza comprendere il processo di produzione, spesso sono spaesati.

Infine, li sto accompagnando nella demarcazione delle loro terre. Erano già state create delle riserve ufficiali riconosciute ma i fazenderos, i ricchi proprietari terrieri, le hanno occupate. I Bororo devono recuperare le loro terre.

Oltre a rendere difficile la delimitazione delle loro terre, i fazenderos vogliono che i Bororo affittino le loro terre, quindi le disboscano e piantano per la produzione su larga scala di soia, granoturco, canna da zucchero e per gli allevamenti intensivi di bovini. Questo tipo di produzione orientata al mercato esterno richiede l’uso di molti pesticidi che stanno intossicando le acque e i villaggi indigeni.

Le uniche terre con un po’ di vegetazione in Brasile sono quelle indigene, quindi delimitarle è un bene non solo per gli indigeni, ma anche per tutta la nazione perché sono un polmone verde importantissimo.

I Bororo mi hanno insegnato tanto. Noi occidentali siamo molto impegnati ad accumulare cose materiali. Partecipando ai rituali del funerale bororo mi ha molto impressionato questo: utto quello che apparteneva al defunto viene bruciato. Io, scandalizzato, ho chiesto perché e il mio padrino, sorpreso dalla mia domanda, mi ha risposto: “Quello che vale di una persona non sono le sue cose ma quello che ha dentro, la sua morale, la sua cultura, il suo sapere”. Sono rimasto zitto e ho imparato.

Bisogna preoccuparsi dell’essenziale della vita.

L'intervista

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