La crisi in Libano continua

Una lettera di padre Simon Zakerian, salesiano siriano a Beirut

La crisi multidimensionale esplosa in Libano nell’ottobre del 2019 continua ad aggravarsi nei suoi vari aspetti agli inizi del 2022, cioè a oltre due anni da quando è scoppiata. Se l’aspetto sociale ed economico-finanziario è quello che interessa direttamente e maggiormente la popolazione, perché ne tocca la vita quotidiana e il portafoglio,  è l’aspetto politico che è all’origine di tutto.

Da due anni a questa parte, il popolo ha scoperto che le cassa dello Stato erano ormai vuote, che il debito pubblico era salito alle stelle, che le banche, – fiore all’occhiello del sistema finanziario libanese – stavano fallendo, che la valuta locale diventava di giorno in giorno carta straccia, avendo perso quasi il 100% del proprio valore (da 1500 lire libanesi per un dollaro a 33.000 in questi giorni), con conseguenze catastrofiche sui salari e sul reddito, che i risparmi depositati in banca erano svalutati e spesso inaccessibli, che l’inflazione stava diventando a tre cifre, che i prezzi lievitavano di giorno in giorno in modo vertiginoso e spesso incontrollato… La tragica esplosione del 4 agosto 2020 e la successiva ondata di contagi da Covid-19 hanno ulteriormente aggravato la situazione.

Lo Stato è praticamente assente e incapace di iniziative perché ingolfato in beghe e lotte politiche che ne paralizzano l’azione, mentre la popolazione ne paga il prezzo e chi può lascia il Paese. Insomma, il Libano, da paese-messaggio, quale sognato e presentato dal papa san Giovanni Paolo II, è quasi diventato un paese-paria, dal quale stare alla larga e quasi aborrito da parte di tanti suoi cittadini.

La vita normale della gente è sconvolta, tanto più che era abituata a uno stile di vita rilassato ed agevole, spesso al di sopra dei propri mezzi, perché favorito da politiche di sovvenzione ai prodotti di base, quali generi alimentari, medicinali, carburanti, elettricità, ecc., nonché da una politica fiscale piuttosto blanda.

Ora invece, che lo Stato ha tolto quasi del tutto ogni sovvenzione, la maggior parte della popolazione si è trovata improvvisamente allo scoperto, impoverita e incapace di provvedere alle esigenze di una vita normale, dovendo rinunciare non solo al superfluo, ma pure al necessario. Ad esempio, come mantenere la famiglia con salari improvvisamente svalutati e con potere d’acquisto azzerato? Come recarsi al lavoro, se mancano i servizi pubblici e non si hanno i mezzi per far funzionare la propria auto? Come vivere oggi senza eletrricità, se si vuole che la macchina produttiva continui a funzionare? E come accedere ad internet per l’insegnamento a distanza, reso spesso indispensabile per la chiusura delle scuole, a motivo del dilagare della pandemia?

È vero che la presenza di centinaia di migliaia di generatori eletrrici privati, – con conseguenze disastrose sulla qualità dell’aria – supplisce in parte alla mancanza della corrente pubblica, ma come farli funzionare se manca il carburante o se mancano i soldi per acquistarlo o per pagare la fattura?

Se l’intraprendenza dei libanesi ha loro permesso di superare in passato altre crisi, quella attuale è troppo grave, perché tocca tutti i settori della vita pubblica e privata. Senza un massiccio e urgente intervento di aiuti internazionali, finora bloccati dalla paralisi del governo e dalla conseguente mancanza di riforme, la situazione continuerà ad aggravarsi. Ne sono prova il progressivo disfunzionamento dei servizi pubblici, scioperi e manifestazioni a ripetizione, con chiusura delle principali arterie stradali, incremento della criminalità, disturbi psichici in adulti e giovani (suicidi), forte emigrazione (ad esempio, circa il 40% dei medici e degli infermieri), ecc.

In questo contesto drammatico, come salesiani ( 4 confratelli, 2 missionari italiani, 1 diacono boliviano, un siriano e tantissimi laici corresponsabili nella missione, libanesi, iracheni, siriani) continuiamo ad operare con serenità e determinazione e con tutti i mezzi a nostra disposizione, come segno di solidarietà e condivisione, soprattutto con i più deboli o emarginati, e sono tanti, troppi: bambini e giovani del ceto popolare, rifugiati (siriani e iracheni), famiglie…, senza distinzione alcuna di religione, mediante l’educazione favorita da borse di studio, il sostegno psicologico e materiale (distribuzione di viveri, medicinali, articoli di igiene e pulizia ecc). Vi chiediamo la preghiera per questo popolo e questi giovani e bambini che stanno soffrendo tantissimo.

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