In Sierra Leone Don Bosco è sinonimo di giovani salvati

Continua il mio viaggio missionario in Sierra Leone, uno degli Stati africani con la più alta densità di popolazione e i più alti tassi di mortalità infantile del pianeta. La vicenda della liberazione degli schiavi rimasti nei territori della Sierra Leone è impressa nel nome della capitale Freetown, “città libera”, città costantemente caotica, dove è impressionante il numero di bambini e bambine che vivono in strada, schiavi nel mondo della prostituzione e del ricatto. 

Quattro comunità salesiane lavorano in contesti di autentica frontiera per far gustare a questi giovani la bellezza di passare dal “ricatto” al “riscatto”: accoglienza, lavoro sulla strada e nel carcere, nelle scuole, parrocchie, oratori e centri giovanili, Don Bosco è sinonimo di giovani salvati.  

I giorni corrono in fretta, lavoriamo sodo in questi giorni di incontri: vediamo, tocchiamo, sentiamo quello che i benefattori con la loro generosità concedono ai missionari salesiani di realizzare. Ho chiaro che i fondi destinati alle missioni hanno nomi, volti, storie, cure mediche, istruzione, cura, nascite andate a buon fine di ragazzine rimaste incinta dopo violenze e soprusi, sogni di ragazzi di strada che vogliono farcela. 

Mi rimangono in testa tre fotografie di questi giorni africani, tre storie che mi hanno trasformato. 

La prima è un nome: Idrissa, 17 anni e un po’, tre anni vissuti in strada, poi l’incontro con don Bosco, la sua salvezza, una casa con persone che si curano di lui, sta imparando la meccanica d’auto, sogna di fare l’ingegnere meccanico, gioca a calcio con la potenza della vita e il suo fisico grida la bellezza del crescere, ma non è questo che fisso nella mia memoria, bensì il suo sguardo, e precisamente il modo con cui non perde di vista un movimento e una parola di don Piotr, il missionario salesiano di origine polacca che oggi è il direttore del grande e prezioso Centro Don Bosco Fambul di Freetown. Lo “divora con gli occhi”, è il suo eroe, è colui che lo ha accolto e salvato ed è diventato il modello di identificazione del suo voler diventare adulto, è il papà da guardare e da cui imparare, gli faccio notare che ho notato questo e Idrissa mi dice: “lui mi ha salvato, da grande vorrei essere un uomo come lui”: due vocazioni che si alimentano a vicenda! 

Seconda fotografia: nell’ottobre 2025 erano attesi dei volontari dalla Polonia, don Jerzy, Magda, una fotografa e Agata, una psicologa. I salesiani avevano chiesto loro di portare una statua della Sacra Famiglia perché stavano progettando di trasformare la grotta del Centro Terapeutico Don Bosco Fambul, da “Grotta di Maria” a “Grotta della Sacra Famiglia”. L’attesa da parte della comunità e dei bambini e ragazzi era alta ma aprendo il pacco ci si accorse che la statua era completamente rotta. Non era stata imballata molto bene, si era frantumatain tanti pezzi. Tristezza generale, ma poi ad uno dei ragazzi del Centro venne questa considerazione: “questa statua è come la nostra famiglia e come la nostra storia, a pezzi, ma possiamo riattaccarla! Ed ecco accettata la sfida: i volontari e i giovani decisero di incollare la statua e ricomporla. Fu un lavoro molto faticoso, nonostante ciò, la statua tornò intera. Ora è un capolavoro in cui non si nascondono le ferite e i pezzi mancanti, ma campeggia sotto la grotta davanti alla quale ogni sera i giovani prima andare a dormire si ritrovano per affidare la loro storia, la loro vita e le mani generose di chi permette loro di ricomporla. 

Terza fotografia: ultima messa celebrata prima di ripartire dalla città di Lungi. Sentivo un caldo terribile e durante la celebrazione mi accorgo che la stola che indosso si stava “incollando” alla pelle con il sudore, ho colto che il Signore mi stesse ricordando proprio in Africa che il mio sacerdozio è esattamente questo: lasciarmi incollare sulla pelle le persone e le loro situazioni e consegnarle al Suo altare perché la sua storia di salvezza diventi anche la loro, anche attraverso me. 

Ed ecco che infine il viaggio entra nella sua terza fase di creazione del nuovo te: ti restituisce. Ti rimanda indietro, apparentemente però, perché tu non sei più lo stesso. Il viaggio ti insegna a non fermarti anche quando torni, a non fermarti a quello che hai imparato e scoperto, a non fermarti perché ciò che devi e puoi convertire, migliorare, decidere di te e del mondo è infinitamente più vasto di quello che pensi ed il bene che c’è e puoi fare non fa rumore, ma sostiene l’universo ed ogni vita salvata è una vittoria del bene sul male! 

Don Luca 

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