Un biscotto non toglie la fame, ma il sapore amaro della tragedia

Ciao amici, sono appena tornato dall’epicentro del terremoto. La gente continua a scavare con le proprie mani per cercare persone sotto le macerie, molti hanno perso la speranza di ritrovare i propri cari vivi, ma non hanno perso la speranza di recuperare almeno i loro corpi.
È incredibile la solidarietà dei venezuelani: tantissime persone donano caffè, cibo, vestiti, insieme a loro c’eravamo io, padre Jorge, Daniela, una ragazza del movimento giovanile.

Abbiamo distribuito anche dei biscotti ripieni di cioccolato, e una dottoressa che sembrava esausta per il lavoro mi ha detto che un piccolo biscotto non fa venire voglia di mangiare, la tristezza è davvero tanta, ma può togliere quel sapore amaro che abbiamo in bocca.

Ciò che ci arriva dai media non è nulla in confronto all’immensità della tragedia: a La Guaria non c’è strada in cui non si trovi un edificio distrutto, a volte ci si imbatte in edifici di tre piani, ma ciò che non si vede è che quei tre piani giacciono a terra. Il terzo o il quarto piano ora sono il piano terra, e tutti coloro che vivevano in quei piani non ci sono più. Ma, parafrasando San Paolo, dove abbondano la tristezza e la sventura, abbondano anche la solidarietà, l’empatia, la vicinanza. Scendendo a Caracas non abbiamo trovato molte auto sulla strada, ma tutte quelle che passavano trasportavano qualcosa: un po’ d’acqua, una zuppa, del riso, un thermos di caffè, un’arepa, un po’ di vestiti, una pala, una torcia…

Per prima cosa abbiamo fatto visita alle persone colpite dal disastro, gente che vive in piccole tende, gente che ha perso tutto: casa, mobili, ricordi, documenti d’identità, tutto… e che ora vive senza nulla in una tenda, senza acqua, senza elettricità! A loro abbiamo distribuito acqua, succhi di frutta, vestiti, prodotti per la pulizia, sapone, deodorante, carta igienica, shampoo. Abbiamo visto persone che curavano e assistevano i malati, clown che intrattenevano i bambini, giovani che fornivano materiale didattico o sportivo, che riunivano bambini e ragazzi per tenere lezioni improvvisate. I bambini e i giovani sono i più creativi: un giorno, tra delle tende e delle macerie, abbiamo trovato un gruppo di bambini che giocavano all’interno di una vecchia auto abbandonata, fingendo, in mezzo al disastro, di condurre una vita normale, senza magliette, perché il caldo è insopportabile.

Poi ci siamo recati in quello che si può definire il “punto zero”, dove un gruppo di palazzi di oltre 14 piani, tutti appartamenti, sono rimasti schiacciati come se fossero un grande panino; e in quel luogo la gente continua ad aspettare che i “topi”, persone comuni, molti dei quali giovani e senza alcuna formazione che continuano a scavare, alla ricerca ancora di qualcuno.

Non ci sono più molti gruppi internazionali di soccorritori, sono rimaste solo molti giovani studenti universitari, un gruppo di medici venezuelani e stranieri, medici legali e infermieri. Sono tutti molto esausti, alcuni sembrano non dormire da giorni.  

Una donna si avvicina e ci dice che non può piangere, perché deve essere forte, affinché i figli non si abbattano; ma per quanto tempo ancora questa donna riuscirà a resistere? Non mangia da giorni e siamo riusciti a convincerla a mangiare il biscotto che le abbiamo portato. Alcuni medici ci chiedono di portare loro delle zanzariere, per chiudere le tende dove lavorano perché le mosche sono tantissime e stanno aumentando. Ci chiedono di aiutare un gruppo improvvisato di minatori, che hanno bisogno di caschi e indumenti pesanti, quei caschi dotati di luci, perché man mano che si addentrano nei cunicoli che scavano, i luoghi diventano molto bui.

È quasi notte, e noi torniamo a casa, torniamo in silenzio, siamo rimasti senza parole, come noi, anche molte auto stanno risalendo, di ritorno a Caracas, domani sarà un altro giorno, torneremo di nuovo carichi di ciò che riusciremo a procurarci. Lungo la strada ci fermiamo a salutare un gruppo di medici spagnoli, ci dicono che è proprio ora che il lavoro inizi, soprattutto in ambito psicologico: la gente ha vissuto un’esperienza molto dura e molti di loro non se ne sono ancora resi conto.

Padre Ubaldino Andrade

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