Il grido del povero e la voce della speranza

Signore, da chi andremo? Domandano gli apostoli a Gesù quando si rendono conto di quanto sia esigente camminare al suo fianco.  

Ce lo stiamo domandando in tanti mentre vediamo come degrada oggi la relazione fra le nazioni, e cerchiamo di capire dove sia possibile agganciarsi per non precipitare nel vuoto di speranza. Si tratta, cioè, di capire in cosa possiamo sperare in questo tempo storico che ci assicura ogni giorno una notizia che scuote l’intero pianeta. La guerra e quel che la prepara sono letteralmente all’ordine del giorno.  

L’anno giubilare che si è appena concluso ha tenuto in alto la bandiera della speranza, ma non c’è stato un vento dolce che l’abbia fatta sventolare.  

Da chi possiamo andare a sentire parole, se non dii vita eterna, almeno di vita in pace su questa Terra? Ci siamo rivolti ai missionari, loro, che vivono nelle periferie del mondo, che sono dentro alle situazioni estreme di povertà, di futuro, riescono a trovare tracce della speranza? Se riescono a farlo, perché non dovremmo provare ad ascoltarli?  

Invece che pensarli solamente come tramite di aiuto che viene da uno dei Paesi del benessere, vogliamo anche in questo caso avvalercene come portatori del “grido del povero”. In questo articolo incominciamo a darne conto, provando a costruire - con i loro pensieri - una riflessione. 

Incominciamo da una domanda: Dio, non ti importa che i tuoi figli soffrano. In questo caso la cita padre Bosco Nyi Nyi dal Myanmar, missionario salesiano in questo Paese.  

«Mentre visitavo ogni comunità salesiana, ho attraversato campi profughi che ospitavano oltre 1.500 famiglie. Vedendo la profondità delle loro difficoltà, un grido si levò dal mio cuore: “Dio, non ti importa che i tuoi figli soffrano?» 

La condizione di sofferenza genera una così radicale domanda: avvertiamo tremare le fondamenta stesse del nostro aggregarci come umanità intorno al desiderio di bene e di felicità, e ne chiediamo conto a chi ci ha voluti.  

«Il Myanmar, un tempo noto come la terra dei sorrisi, è diventato la terra delle lacrime. Sono passati quasi cinque anni dal colpo di stato militare”, scrive il missionario, «molti giovani si sono uniti a diversi gruppi armati. Quasi 90.000 persone sono state uccise, tra civili e soldati di entrambe le parti. E più di 110.000 case e strutture sono state bruciate o distrutte. Per molte persone, il campo profughi è diventato la loro casa. E le loro famiglie non saranno mai più complete.Ad aggravare queste sfide, un violento terremoto di magnitudo 7,7 ha colpito il Myanmar il 28 marzo 2025, trasformando una situazione in una catastrofe». 

Ci può essere una condizione più estrema? L’odio attraversa i gruppi sociali, le famiglie, le istituzioni. Entra nei cuori e li conduce a compiere gli atti più efferati. E sulla popolazione si abbattono gli eventi naturali che assommano distruzione alla morte.  

Se serve la speranza cristiana, è il momento di tirarla fuori. Il salesiano è salito in auto ed è arrivato a Nagaland dopo tre giorni di viaggio. In quel centro distante da tutte le città, il prete arriva una volta all’anno. Ha scelto di celebrare lì il Natale, con una comunità che lo ha accolto con commozione. (Lo scorso anno i fedeli di un’altra località si erano radunati in una grotta, non c’era spazio adeguato ad accoglierli tutti). 

I bambini, con i quali padre Bosco Nyi Nyi ha trascorso molto tempo nel gioco, nel canto e nell’ascolto, erano felici. I salesiani non vedono l’ora di approfondire questo legame, e una loro comunità si stabilirà a Nagaland in modo permanente. È una speranza per i Figli di Don Bosco, che si preparano a condividere la vita di questa popolazione, la quale scavalca i confini internazionali con l’India per formare un’unica etnia, quella dei Naga appunto, dalle tradizioni antichissime.  

Il salesiano non è “Babbo Natale”, ma può provare a raccogliere i desideri dei ragazzi, prima di andare via e di promettere l’arrivederci: una chitarra, un pallone, un libro. Una bambina ha detto: «Quello che disidero di più è che tu torni da noi». 

«Ho sentito un profondo senso di chiamata divina attraverso quella ragazzina, rendendomi conto di essere uno strumento della grazia di Dio», ci svela padre Bosco. «Gli occhi pieni di sorrisi e di attese dei bambini Naga danno a loro volta speranza nella mia vita». 

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