Ex soldati diventano motori di pace una volta curate le ferite di guerra

Emozione palpabile in Sala Sangalli durante l’ascolto delle testimonianze della piccola delegazione di Ciudad Don Bosco invitata a Torino e descrivere l’azione pacificatrice che i salesiani stanno svolgendo in Colombia.

Padre Rafael Bejarano,SDB, Jovana Ruiz e Claudia Yazmin hanno consentito agli oltre cento partecipanti al convegno “Cicatrici di guerra. Matrici di pace” organizzato da Missioni Don Bosco di venire a contatto diretto con il piano di reinserimento sociale che riguarda gli ex bambini soldato della “interminabile” guerra che dal 1954 al 2016 ha insanguinato il Paese latinoamericano.

Con i loro tre, il contributo di Bruno Desidera, giornalista che ha ricapitolato la storia del conflitto, prima anche ideologico e poi solo militare, fino all’arduo raggiungimento di un cessate il fuoco purtroppo non ancora rispettato da tutte le formazioni in campo, e di Alessia Andena che ha riportato le impressioni della visita di Missioni Don Bosco a settembre 2017 a Ciudad Don Bosco e spiegato le ragioni del sostegno che questa organizzazione dà convintamente a quel progetto educativo.

Padre Rafael è il direttore della struttura di accoglienza situata a Medellin, città “di confine” con il territorio un tempo occupato dalle Forze armate rivoluzionarie (Farc). Ha ringraziato coloro che sostengono Ciudad Don Bosco dall’Italia perché hanno compreso che la cura rivolta agli adolescenti e ai giovani fuggiti o salvati dalle squadre di combattenti (in oltre 15 anni, la media di un centinaio all’anno) costituisce uno degli elementi di possibile pacificazione profonda della Colombia. Il referendum che in prima battuta respinse l’accordo di pace fra governo e Farc del 2016 è un indice preciso di quanto il perdono reciproco faccia fatica a sposarsi con le esigenze di giustizia. Eppure, come ha spiegato efficacemente Claudia Yazmin rispondendo a una precisa domanda dal pubblico, il compromesso fra l’esigenza di giudicare chi ha commesso atrocità e la possibilità di rendere irreversibile il ritorno a una normale vita civile è la sola via possibile. E i giovani che escono da Ciudad Don Bosco possono essere i promotori di un atteggiamento dei Colombiani che guari al futuro. Jovana Ruiz ha illustrato le tappe del questo cammino proposto dagli educatori salesiani agli ex bambini soldato: la prima fase è quella della conquista della fiducia, un dato non scontato per persone che hanno dovuto imparare a diffidare di chiunque, a non poter considerare amico neppure il compagno di stanza. E poi la “capacitazione”, come la esprime efficacemente la lingua spagnola, che parte dalla ripresa dei percorsi scolastici interrotti e passa attraverso pratiche di acquisizione della consapevolezza di sé manomessa da anni di ubbidienza cieca degli ordini militari. Infine il ritorno: nella famiglie, quando possibile e con modalità dettate da prudenza, alla vita sociale attraverso tirociniii e inserimenti lavorativi con l’affiancamento degli educatori.

Il presidente di Missioni Don Bosco, Giampietro Pettenon, ha salutato i presenti al convegno a Torino Valdocco e gli amici che lo hanno seguito in diretta streaming attraverso il sito dell’associazione. Ha spiegato che l’obiettivo dei salesiani nel mondo è sempre quello di offrire opportunità di crescita e di inserimento sociale ai ragazzi in maggiori difficoltà. Questo spirito si trova in ognuno dei progetti di formazione professionale sparsi nei cinque continenti, che siano attuati in piena concordia con i governi locali, come in Colombia, o che siano identificati come pura istituzione formativa laddove culture o forze politiche non accettino la “firma” religiosa, come in Laos.

Elisabetta Gatto, antropologa in forza a Missioni Don Bosco, che ha preparato e moderato il convegno, ha commentato che il “modello” presentato per la Colombia potrà essere validamente proposto anche in altri Paesi dove conflitti ultradecennali e ostilità radicali sembrerebbero non lasciar spazio ad alcuna speranza di pace.

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