Dopo la prima parte del racconto, ecco la seconda di don Luca Barone, di ritorno dalla sua ultima missione in Madagascar: il viaggio continua, un passo alla volta, sempre più vicino ai volti e alle storie di chi vive l’isola.
Il metodo di Don Bosco
La missione salesiana non si presenta come una risposta assistenzialistica. Essa nasce dall’incontro. Nei centri professionali, negli oratori, nelle radio, nelle scuole e nelle case di accoglienza per ragazzi di strada, il metodo di Don Bosco continua a generare futuro, come accadeva a Valdocco dove il primo miracolo non è l’organizzazione delle attività, ma il fatto che ognuno si senta conosciuto ed amato.
I poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta, questa è la chiave di lettura per comprendere ciò che si vive in Madagascar. I poveri non sono il problema della missione: ne sono il cuore. Sono coloro che evangelizzano il missionario, insegnandogli l’essenziale, la gratitudine e il valore della fraternità. Nel contesto malgascio questa educazione non consiste nell’esaltazione della miseria, ma nella capacità di condividere, di vivere con sobrietà, di riconoscere il valore delle persone prima ancora delle cose. È una lezione che l’Occidente, spesso ricco di mezzi e povero di relazioni, ha ancora bisogno di imparare.
Mura mura, andare piano
Sono convinto che «la percezione del mondo non dipende dai luoghi, ma dall’andatura». In Madagascar bisogna imparare a rallentare e non soltanto perché la condizione delle strade su cui per ore e ore a bordo di un pulmino ho viaggiato ti impediscono ogni accelerata e sono una scommessa sulla tenuta dei pistoni ad ogni sobbalzo, ma perché solo andando piano, “mura mura” come si dice li, si comprendono davvero i sorrisi dei bambini che riempiono gli oratori, la fede semplice delle comunità cristiane, la resilienza delle famiglie che affrontano ogni giorno prove enormi senza perdere la speranza.
L’Africa non si conquista: ci conquista. Non si comprende da lontano: si lascia conoscere attraverso gli incontri e sono proprio questi che vorrei raccontare ma di cui non riesco mai a passarne del tutto l’intensità: missionari, giovani, bambini, capivillaggi, professori, mercanti, anziani…
Al termine di questo viaggio rimane soprattutto una certezza. Il Madagascar è uno dei luoghi nei quali il sogno missionario di Don Bosco continua a prendere forma. Lo si vede nei giovani che imparano un mestiere, nei catechisti che animano le comunità rurali, nei novizi e nei confratelli malgasci che oggi portano avanti l’opera iniziata dai primi missionari arrivati nel 1981.
Forse il modo migliore per raccontare questa esperienza resta quello dei giovani malgasci che, durante la visita del Rettor Maggiore nel 1991, ripeterono le parole del sogno di Don Bosco: «Ti abbiamo atteso a lungo, ma finalmente sei qui, sei tra noi e non ti lasceremo più partire».
Oggi quelle parole non sono rivolte soltanto a Don Bosco. Sono rivolte a chiunque abbia il coraggio di lasciarsi coinvolgere dal destino dei giovani più poveri e di scoprire, nel cuore del Madagascar, che la missione non è prima di tutto un luogo da raggiungere, ma una presenza da condividere.
