Bo e Nairobi: la speranza che cammina sulle gambe dei giovani

Dall’Asia torniamo in Africa per concludere la nostra ricerca di segnali di speranza in un mondo sembra più conflittuale.

Riccardo Racca, salesiano in Sierra Leone, è persona che bada alla concretezza: per lui la speranza deve manifestarsi nei risultati tangibili di un impegno. In questa direzione ha un caso fresco di memoria: “Uno dei nostri ex allievi della scuola professionale del corso per l’installazione di pannelli solari, una volta diplomato ha svolto sei mesi di apprendistato. Ebbene: pochi giorni fa ha firmato il suo primo vero contratto di lavoro!

Contentissimo lui e felicissimi tutti del Centro di formazione professionale Don Bosco TVET di Bo, la seconda città più grande in Sierra Leone. Racca sottolinea che “la storia salesiana continua a ripetersi”. Ricordiamo che uno dei primi successi di Don Bosco fu quello di ottenere per i ragazzi che uscivano dai laboratori di Valdocco, dove si erano formati ai vari mestieri, che fossero formalmente assunti e regolati da un contratto di lavoro. Molti altri giovani ex-allievi di Bo sono sulla medesima strada: “Queste cose ci danno forza e speranza per continuare con entusiasmo il nostro impegno di educatori”.

Dalla costa orientale a quella orientale, don Felice Molino a Nairobi in Kenya esordisce: “Io trovo tanta speranza attorno a me, proprio questa sera abbiamo un appuntamento con i cooperatori salesiani adulti: un’ora in cui leggiamo e studiamo Don Bosco. Da questa formazione intensa sull’esperienza spirituale è nato un gruppo di persone adulte che tutte le domeniche vengono a messa alle 7.15 e poi vanno sulle strade di Nairobi per incontrare i ragazzi di strada.”

Don Molino spiega che ormai sanno dove radunarsi e iniziare ad animare l’incontro. È l’eucaristia che prosegue fuori dal tempio. “Cercano di capire come mai sono finiti sulla strada e poi li invitano al nostro centro Don Bosco, dove possono imparare a praticare una vita più normale, più dignitosa”. E danno loro da mangiare, mettendoci anche qualcosa di proprio.

La speranza consiste in tre centri di primo incontro con il carisma salesiano, per fluire poi con la maturazione dei ragazzi verso la scuola e un centro professionale. “C’è un altro gruppo di cooperatori giovani che non hanno tanti soldi da poter spendere e allora con loro andiamo nella baraccopoli.” I giovani cooperatori si sono fatti propagatori di una idea: “In tanti possiamo aiutare tanti”. Allora usano i mezzi di comunicazione che sono a loro a disposizione, soprattutto WhatsApp, per mendicare per i poveri, per i ragazzi che non possono andare a scuola o che hanno bisogno di andare in ospedale e non ne hanno i mezzi economici. La creatività è amica della speranza. E questa genera nuove risposte. Aggiunge il missionario che adesso stanno nascendo due nuovi gruppi: uno che vuole dedicarsi agli ammalati e un altro che vuole incontrare i giovani che sono in prigione.

Se siamo partiti con il pensiero che la Speranza dovesse portarci nuove parole per convincerci della sua esistenza, sono i fatti – quelli che ci hanno raccontato alcuni dei missionari sparsi nel mondo – a darci la percezione precisa che qualcosa si muove: forse c’è una “Pace a pezzi” che possiamo toccare con mano.

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