Due sguardi dall’Asia sulla speranza dopo il Giubileo

Il racconto di due missionari salesiani attualmente presenti in Asia, un continente che presenta per molti aspetti delle sfide speciali nell’incontro con la cultura europea alla quale apparteniamo, una regione in cui la fede cristiana sta trovando spazio pur nel rapporto non sempre egualitario con le tradizioni religiose incontrate e nella natura fortemente ideologica di molti governi locali, salvo aree di presenza radicata della Chiesa (Filippine, Kerala in India, Vietnam).  

Il Vangelo e le opere di misericordia possono incontrare le persone nel contesto asiatico se si fondano sulla dimostrazione di un valore umano riconoscibile e non necessariamente puntato al proselitismo. Per questo il mondo missionario cattolico è convinto che la promozione umana sia il dovere dell’evangelizzazione che va incontro al bisogno concreto dei popoli deve assolvere. È per questo che non a caso gli elementi di punta della missione in quei contesti sono donne e uomini che offrono un servizio nei diversi ambiti professionali (insegnamento, educazione, cura sanitaria, accoglienza di soggetti emarginati): laici, volontari e consacrati che professano la loro fede attraverso l’operatività. Un metodo che va a nozze con le attitudini salesiane, compresa una certa ritrosia a verbalizzare le imprese che il loro carisma spinge a compiere. 

«Speranza in Pakistan significa gioventù», ci scrive Piero Ramello. È il contesto a dare i contorni al servizio che sei anni fa è andato a sostenere nella scuola salesiana di Lahore. «Metà della numerosa popolazione è nella fascia 0-21 anni» sottolinea. Lui è nella posizione di chi osserva da una prospettiva privilegiata e sa cogliere la ricchezza di ogni generazione che si affaccia al mondo. È così che coglie nei giovani pakistani il senso di vitalità, di futuro, di ottimismo. La speranza ha il loro volto, la loro condizione, le loro attese. Mentre come insegnante trasmette a loro insegnamenti dimatematica e di scienze fisiche, da animatore nell’oratorio dona il suo tempo per ascoltare, per giocare, per seguire la crescita umana di chi può migliorare il mondo. In questo è aiutato dalla musica, la sua passione, che ha fatto diventare motivo in più di aggregazione nelle aule del suo istituto. E la melodia delle note accompagna la curiosità di esplorare l’ignoto. «Una declinazione della speranza è la profondità spirituale» sottolinea Ramello. 

Dalla Cambogia invece Roberto Panetto ci ha consegnato alcune considerazioni che sono «un messaggio dal cuore dopo il dono del Signore di 50 anni di vita missionaria». Inizia con una rassicurazione davvero incoraggiante: «La speranza non è l’ultima a morire, come si dice proverbialmente: non perché muoia prima di quanto proverbialmente diciamo, ma perché non muore mai» e continua con una serie di “massime” che proponiamo a chi ci legge lasciando che siano esse ad amalgamarsi in una sorta di meditazione: 

«La speranza è quella virtù che ci accompagna nel momento più importante della nostra esistenza: quando passiamo dalla vita umana al meraviglioso abbraccio con Dio. Cosa è più bello se non vedere in questo nostro incontro semi di speranza che senz’altro porteranno buoni frutti. Lasciamo la porta del nostro cuore sempre aperta. Un buon giorno, un sorriso, un abbraccio di un bambino, una gentilezza che ci rende felici di vivere ed infonde tanta speranza che il bene avrà la vittoria sul male. La speranza e la pace iniziano nei nostri cuori e nelle nostre famiglie»  

Nella “sua” missione del Don Bosco Technical School a Sihanoukville, Panetto ha conquistato la fiducia delle autorità e soprattutto delle famiglie e degli studenti. La speranza ha il volto dei giovani che imparano un mestiere che potranno praticare nella loro terra e sono già più di una generazione a poterlo testimoniare. 

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