Il primo missionario di Don Bosco

“Don Cagliero era l’idolo dei giovani. Temperamento esuberante, tutto impulsi, sentiva e comunicava agli la gioia di vivere con Don Bosco: lavorare, correre, darsi. Spesso, i ragazzi, dopo la buona notte a Don Bosco, si avvicinavano a don Cagliero e lo salutavano con spontaneo affetto”. Così il direttore dell’opera salesiana di Ivrea, don Giuseppe Guzzonato, presentava Giovanni Cagliero in una biografia presentata in occasione della ricorrenza del centenario della prima partenza missionaria salesiana, destinazio­ne Sud America.  

Il carattere di questo “pioniere” doveva esser quello giusto per affrontare le incognite e gli ampi spazi di evangelizzazione che si aprivano seguendo il sogno del fondatore, il quale aveva indicato l’obiettivo “Patagonia” senza altro chiedere che di arrivarci quanto prima possibile. La vita di Cagliero iniziò anch’essa in quell’angolo dell’Astigiano che ruota intorno a Castelnuovo, così come quella di altri che si sarebbero ancorati a Don Bosco per la vita, a cominciare da Domenico Savio. Una sorta di etichetta geografica per la santa passione che richiedeva spirito di sacrificio, ottimismo, visione. Contadini temprati – purtroppo anche dalla fame spesso, talvolta dai lutti familiari, carichi di quella consapevolezza che il futuro loro si sarebbe realizzato lontano da quelle terre. Il piccolo Cagliero, nato nel 1838, aveva visto arrivare Don Bosco a Morialdo con tutti gli onori, e rimase folgorato da ciò che intravide in quella figura: “Lo vidi per la prima volta, avevo dodici anni. Era circondato dal signor Prevosto, dal mio maestro e da altri sacerdoti dei dintorni, e mi accorsi che lo colmavano di attenzioni”. Don Bosco si accorse degli occhi che lo guardavano ammirati, lo fece parlare fino a che non espresse il desiderio di unirsi agli altri ragazzi dell’oratorio e insieme concordarono che l’anno successivo sarebbe stato trovato posto per lui nelle camere di Valdocco.  

In realtà, il “posto” consistette nei primi giorni nella condivisione del letto con un altro ragazzo … con pochi mezzi ma felici, come annoterà nei suoi ricordi il canonico Ballesio: “Eravamo poveri, ma vivevamo d’affetto”.  

Con il senno di poi, fu questa la palestra indispensabile per affrontare la sfida di attraversare l’Oceano in dieci con una valigia, assieme alle suore della Misericordia di Savona, e scegliere di vivere precariamente nella zona portuale di Buenos Aires prima, e poi nel gelo di Rio Grande mentre infuria una guerra per estirpare i na­tivi dal Sud dell’Argentina.  

Don Giovanni Cagliero fu nominato capo della prima spedizione missionaria da Don Bosco, che ne conosceva qualità umane e fede salda. Anche questa fu una scommessa vincente: fu Cagliero ad aprire la prima scuola salesiana in Patagonia, fondò il primo ospedale affidato alle Figlie di Maria Ausiliatrice, si spinse con il suo cavallo nei territori dei Tehuelce e degli Araucani. E nel giro di pochi anni fu in grado di superare i confini del Paese di approdo in America per andare in Cile e in Uruguay. Risalì fino alla Costa Rica, al Nicaragua e all’Honduras. Gli si riconosceva un carisma analogo a quello che guidò Michele Rua nella diffusione del Carisma di Don Bosco in Europa. Nel 1897 fu nominato primo vescovo salesiano della città di Viedma, poi fu Delegato Apostolico per l’America Centrale: si deve a lui l’ingresso di altri Istituti religiosi in quell’area. Papa Benedetto XV gli riconobbe i meriti nominandolo cardinale nel 1915.  

Morì in Italia nel 1926, ma i salesiani argentini e le popolazioni che aveva conosciute e servite chiesero che la sua salma fosse traslata a Viedma. Così è stato, e possiamo ritenere che questa sia non solo una doverosa collocazione là dove l’uomo spese il massimo delle sue energie, ma una luce potente accesa perché la missione continui ad avere il suo faro. Nella Patagonia maturò infatti la chiamata di Zefirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande capo della tribù degli Araucane che venne in Italia per seguire il percorso di formazione salesiana nella diocesi di Frascati, sotto la tutela di Cagliero.

Più avanti, nella Viedma dell’ospedale eretto da don Evasio Garrone con Cagliero, fu Artemide Zatti, nato in Italia, a incarnare lo spirito di servizio e la spiritualità salesiana fino alla vetta della santità.

A cento anni dalla sua morte (28 febbraio 1926) la figura di don Giovanni Cagliero parla ancora al presente della missione salesiana. La sua scelta di partire per le periferie dell’Argentina e della Patagonia continua a ispirare una Congregazione che ancora oggi opera nelle frontiere educative e sociali del mondo. La sua eredità non è memoria del passato, ma criterio per scegliere dove andare e chi servire oggi!

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