Dopo dieci ore di viaggio attraverso la giungla, sotto una pioggia intermittente, ho capito che stavamo finalmente raggiungendo la città portuale di Tamatave. A farmelo intuire non è stato un cartello stradale, ma il paesaggio: palme e banani abbattuti, tronchi spezzati alla base, come se un’enorme accetta li avesse mozzati di colpo. Erano i segni lasciati dal ciclone Gezani, che il 10 febbraio scorso si è abbattuto sulla città provocando morti e feriti e scoperchiando completamente il tetto della missione salesiana. Il ciclone ha attraversato il territorio seguendo un percorso irregolare e lasciando dietro di sé un paesaggio a macchie: tratti di giungla in cui gli alberi rimasti intatti si alternano ad altri in cui la vegetazione risulta letteralmente rasa al suolo. Lo stesso scenario mi si è presentato alle spalle della missione; l’edificio ha una caratteristica forma a L e la differenza era impressionante: sul lato sud, dietro l’ala investita dalla furia del ciclone, e interessata dal ripristino del tetto che abbiamo finanziato, gli alberi erano stati spezzati e abbattuti; sul lato sinistro, invece, la vegetazione era ancora in piedi, completamente intatta.
La mattina successiva, all’alba, sono stato svegliato da un temporale violentissimo. In pochi minuti la pioggia ha trasformato le strade in fiumi: le persone camminavano con l’acqua fino alle ginocchia, i veicoli non riuscivano più a procedere. Il rovescio è proseguito per tutta la mattinata: solo nel pomeriggio il cielo è tornato azzurro e il sole ha illuminato il cortile della missione. Ma le tracce della tempesta erano ancora ovunque: nel cortile enormi pozzanghere riflettevano il cielo ormai terso, mentre il terreno battuto si era trasformato in una distesa di fango.
In una città così esposta alla forza dell’oceano e alle piogge torrenziali, vivere è davvero difficile. La maggior parte delle persone è povera e abita in baracche costruite con materiali di fortuna, fragili e incapaci di resistere alla furia del vento e dell’acqua. Quando arriva un ciclone non sono soltanto le strade a finire sott’acqua: sono le case, i pochi averi, la vita quotidiana delle famiglie a essere messi in pericolo. E per chi ha già così poco, ogni nuovo danno significa dover ricominciare da capo.
È stato allora, osservando da vicino quel paesaggio e ripensando ai danni provocati dal ciclone, che ho compreso ancora meglio quanto sia importante per la missione poter contare su un tetto, per di più in solido cemento. Proteggere un luogo in cui ogni giorno bambini, ragazzi e famiglie trovano accoglienza, sostegno e la possibilità di guardare al futuro, anche quando la natura, fuori, mostra tutta la sua forza.
