Prima parte del racconto di don Luca Barone, di ritorno dalla sua ultima missione in Madagascar: un viaggio tra volti, luoghi e storie che vi accompagneremo a scoprire un passo alla volta.
Un sogno antico
Ci sono luoghi che sfuggono alle definizioni. Il Madagascar è uno di questi. Geograficamente appartiene all’Africa, ma la sua storia, la sua cultura, la sua lingua e persino le origini della sua popolazione raccontano una vicenda diversa, sospesa tra il continente africano e il grande mondo austronesiano dell’Indonesia e della Malesia. Non è del tutto Africa, eppure ne condivide le ferite più profonde; non è pienamente Asia, ma ne conserva tracce sorprendenti nei volti, nelle tradizioni e nei costumi. È una terra di mezzo, un continente nell’isola.
Ed è forse proprio questa sua irriducibile originalità ad averla resa, fin dai tempi di Don Bosco, una meta capace di accendere la fantasia missionaria. Oggi, come allora, il Madagascar per l’Occidente appare come una periferia lontana e dimenticata del mondo, ma anche come uno straordinario laboratorio di speranza, dove il Vangelo e la promozione umana continuano a intrecciarsi nella vita quotidiana dei giovani più poveri.
Visitando le opere salesiane sparse tra Antananarivo, Ivato, Fianarantsoa, Betafo, Tamatave e le regioni rurali dell’interno, si ha quasi l’impressione di entrare dentro un sogno antico. Non un sogno qualsiasi, ma quello che Don Bosco fece a Barcellona nella notte tra il 9 e il 10 aprile 1886. Nel suo quinto sogno missionario vide una geografia ancora sconosciuta ai Salesiani del suo tempo e pronunciò parole che sembrano una profezia: «E più lontano, il Madagascar… Questi centri e molti altri avranno case, centri di studio, noviziati».
Quando Don Bosco pronunciò quelle parole, nessun Salesiano aveva ancora messo piede sulla grande isola dell’Oceano Indiano. Eppure oggi, a distanza di oltre un secolo, quelle parole sono diventate realtà. Le comunità salesiane, giunte nel 1981 grazie al Progetto Africa, e poi quelle delle Figlie di Maria Ausiliatrice sono cresciute fino a costituire una presenza educativa, pastorale e missionaria capace di raggiungere migliaia di giovani, specialmente i più poveri. La storia del legame tra Don Bosco e il Madagascar non si esaurisce però nel sogno missionario. Nel novembre del 1886 egli scrisse una lettera alla regina Ranavalona III, chiedendo sostegno per le missioni salesiane della Patagonia. Quel gesto testimonia come la Grande Isola fosse già presente nel suo orizzonte spirituale e missionario.
Una povertà silenziosa
Oggi, percorrendo le strade rosse del Madagascar, ci si rende conto che il carisma salesiano ha trovato qui un terreno fecondo. Ma ci si accorge anche della profondità delle sfide. Il Madagascar rimane uno dei Paesi più poveri del mondo. Secondo i dati della Banca Mondiale, oltre i due terzi della popolazione vive in condizioni di povertà e in molte aree rurali la povertà coinvolge quasi otto persone su dieci. Dietro questi numeri vi sono famiglie che faticano a garantire un pasto quotidiano ai propri figli, giovani costretti ad abbandonare la scuola, villaggi che soffrono la mancanza di servizi essenziali, comunità vulnerabili ai cicloni, alla siccità e all’instabilità economica.
Ma le statistiche, da sole, non bastano a descrivere ciò che gli occhi incontrano percorrendo i villaggi e le periferie dell’isola. Restano impressi soprattutto i volti dei bambini e dei giovani. Bambini che all’alba accompagnano i genitori nelle attività di pesca o nei piccoli lavori di sussistenza, imparando troppo presto la durezza della vita, donne chine nei campi di riso, giovani che percorrono ogni giorno chilometri a piedi per raggiungere una scuola, spesso lungo sentieri di terra battuta, sotto il sole o la pioggia, perché l’istruzione rappresenta una delle poche possibilità di riscatto come lo è l’Università don Bosco fondata dal Vescovo Salesiano Mons. Saro Vella e retta oggi da una giovane donna formatasi in Italia, determinata ed intraprendente per il bene dei suoi connazionali. In molte zone rurali la luce elettrica è ancora assente; la sera cala rapidamente e con essa si ferma ogni attività. Nelle capanne di fango e paglia, illuminate talvolta soltanto da una candela o da una lampada a petrolio, lo studio diventa una sfida e il futuro appare incerto. Si ha quasi l’impressione di trovarsi davanti a una povertà immobile, sedimentata nel tempo, che sembra aver perso persino la forza di protestare.
Una povertà silenziosa e paziente, che non fa notizia, ma che segna profondamente la vita quotidiana di intere generazioni. Eppure, proprio in questi bambini e in questi giovani si scopre una sorprendente capacità di sorridere, di condividere quel poco che possiedono e di guardare avanti con una speranza che spesso supera quella di chi arriva da Paesi più ricchi. È qui che la presenza salesiana rivela tutta la sua importanza: offrire una scuola, un oratorio, una formazione professionale o semplicemente un luogo accogliente significa accendere una luce concreta là dove il rischio più grande non è soltanto la povertà materiale, ma la rassegnazione.
