l tessuto sul quale i salesiani ricamarono la loro missione in Sud America è il proseguimento dello stesso progetto che avevano inaugurato in Italia. A incarnare in modo esemplare questa realtà è Giacomo Costamagna (1846- 1921), divenuto sacerdote e infine vescovo, missionario per espressa volontà del Santo fondatore.
A Valdocco il piccolo Giaco giunse a dodici anni da Caramagna su iniziativa della sua mamma, che, preoccupata di assicurargli un futuro più roseo di quello che era spettato a lei e al marito, umili contadini, accompagnò il ragazzino nella grande città, augurandosi che il suo carattere “ardente” trovasse un educatore adeguato.
Si trovò subito immerso in una compagnia straordinaria: quella di Giovanni Cagliero, Michele Rua, Michele Magone, Paolo Albera… con il ricordo vivissimo di Domenico Savio. L’esuberante Cagliero gli fu docente di musica, portandolo a diventare maestro di quest’arte e incaricato poi di insegnarla al collegio di Lanzo Torinese. A 22 anni Giacomo fu ordinato sacerdote. Visse il gran fermento per la prima partenza missionaria del 1875 ma, mentre i dieci confratelli si imbarcavano a Genova per l’Argentina, lui raggiungeva la casa di Mornese delle Figlie di Maria Ausiliatrice – ancora vivente Madre Domenica Mazzarello – per esserne il direttore spirituale.
La grande missione – sempre più prossima ad attuare il “sogno” dell’evangelizzazione dei nativi della Patagonia – aleggiava però intorno a don Costamagna. Don Bosco stesso, infatti, lo convocò per affidargli la guida della terza spedizione, che sarebbe avvenuta l’anno successivo.
Don Costamagna accettò così di partire per quella che di fatto era la prima vera spedizione espressamente diretta in Patagonia. Per far loro capire bene l’importanza della missione per l’intera Chiesa, Don Bosco inviò i 16 salesiani e le 6 Figlie di Maria Ausiliatrice partenti a ricevere la benedizione da Pio IX. I nuovi missionari lasciarono il porto di Genova il 14 novembre sullo stesso piroscafo dei precedenti viaggi, il Savoie. Giunto a destinazione, egli preparò lo sbarco in terra patagonica. Insieme con monsignor Mariano Antonio Espinosa, vicario della diocesi di Buenos Aires, e con altri due confratelli, il primo salesiano ordinato sacerdote nel Nuovo Continente, a maggio don Costamagna salì sul “Santa Rosa” per affrontare il percorso che avrebbe lentamente disceso la costa atlantica per individuare il punto di approdo più adatto per erigere la prima Casa salesiana. Ma i viaggiatori furono colti da una tempesta di portata straordinaria, che fece temere per la tenuta della nave.
Il maggio dell’anno successivo, nel 1879, don Costamagna affrontò il deserto. Posata la prima pietra a Rio Grande, il sacerdote passò la mano ai confratelli e, tornato nella capitale federale, assunse l’incarico di ispettore della regione sudamericana. Pao-lo Albera, succeduto a don Michele Rua come Rettor Maggiore, alla morte di don Caramagna: “S’ingrandì meravigliosamente la Scuola d’arti e mestieri di San Carlos in Almagro, fondò le case salesiane di S. Catalina in Buenos Aires, di La Plata, di Rosario, di Bahia Blanca, di Mendoza; e varii istituti femminili, affidati alle Figlie di Maria Ausiliatrice, in Baracas al Nord, Bahia Blanca; S. Isidro, Moron, S. Nicolas de los Arroyos, e nella parrocchia di S. Elmo. Visitò più volte le missioni della Patagonia, e i Collegi dell’Uruguay, del Chile, del Perù e dell’Equador”. È pressoché la mappa delle opere salesiane ancora oggi attive in Argentina.
Don Giacomo Costamagna imparò la difficile arte diplomatica che gli servì – dopo che in Argentina – in Cile e in Equador. Morto Don Bosco, nel 1890 fu chiamato da don Rua a guidare da Valdocco una nuova spedizione missionaria in quei Paesi. Cinque anni dopo fu consacrato vescovo nella basilica di Maria Ausiliatrice e nominato vicario apostolico di Méndez y Gualaquiza: il suo nuovo territorio di missione fu l’Amazzonia. Anche in questo caso, cercò un compromesso fra essere protetti dallo Stato e dal suo esercito e operare fra le popolazioni indigene. Nel 1912 riuscì, mons. Jaco Costamagna riuscì a stabilirsi fra gli Jjivaro, studiando la loro lingua per redigere con questa un catechismo.
Ormai anziano e malato, nel 1918 andò a chiudere i suoi giorni terreni nell’amata Bernal, dove fu sepolto
