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Agli inizi del III secolo, probabilmente il 7 marzo 203, in forza di un editto dell’imperatore Settimio Severo, Felicita veniva arrestata in un piccolo centro dell’Africa romana, assieme a suo marito Revocato e ad altri quattro catecumeni, per la sua resistenza al culto della divinità dell’imperatore. Era di condizioni umili e si trovava all’ottavo mese di gravidanza. Fu tradotta in carcere a Cartagine. Il Cronographus del 354 ci tramanda che Felicita ed i suoi compagni martyrio coronati sunt il 7 marzo: fu condannata ad bestias dal procuratore Ilariano, ma c’era la legge che proibiva di esporre nell’arena, al supplizio, le donne incinte. Mentre era in prigione partorì una bambina prematuramente e tra immensi dolori: una guardia, subito dopo, le chiese cosa avrebbe fatto quando sarebbe stata gettata tra le belve. Felicita rispose così: “Ora sono io a soffrire quel che soffro: poi sarà un Altro a soffrire in me, perché io soffrirò per Lui”. Il racconto della passio ci pone davanti la folla eccitata da uno spettacolo fatto durare a lungo per l’emozione che doveva suscitare. Delicata si presenta la figura di Felicita che anche nell’arena commuove col suo atteggiamento. Dopo essere stata frustata a sangue è attaccata da una ferocissima mucca. Il suo martirio si conclude con la iugulazione.
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