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Un cronista tedesco dell’XI secolo, Adamo di Brema, nella sua Storia ecclesiastica ci dà notizia di una nobilissima senatrix Emma, sorella di Meinwerk, vescovo di Paderborn, e moglie del conte Ludgero di Sassonia. Rimasta vedova, ancor giovane e bella, ricca e senza figli, non ambì a seconde nozze e si mantenne costante nel suo nuovo programma di vita, fondato sulla totale dedizione alle opere di carità. Generosa nel donare e nel soccorrere, ma austera e intransigente con se stessa, puntò alla perfezione nel difficile stato di vedovanza, una condizione assai scomoda per una donna rimasta sola ma non libera, esposta a mille insidie perché priva di appoggio e fatta segno, se ricca, dei calcoli intereti di parenti vicini e lontani. Emma tuttavia scelse quest'ultima maniera di tendere alla perfezione, la più difficile e rara. La sua mano, giunta fino a noi intatta dopo nove secoli e mezzo dalla morte di questa Santa, è un segno emblematico della sua più cospicua virtù: la generosità fattiva, costituita da opere più che di parole.
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