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08/05/2009

UNGHERIA, TERRA DI INTEGRAZIONE.

La convivenza pacifica fra nomadi e antichi residenti si rafforza attraverso gli interventi formativi dei Salesiani.

 Il 5% dei Rom di tutta Europa vive in Ungheria. Una massa che in qualsiasi altro Paese farebbe saltare gli equilibri sociali, ma che nel cuore del vecchio continente non determina alcuna problematicità particolare. È a partire da questo dato che Piero Giordano, video-reporter di Missioni Don Bosco, descrive il suo recente viaggio.“Sono stato a Kazincbarcika dove si registra il massimo dell’integrazione fra Rom e Ungheresi. Non ci sono sostanziali differenze di reddito, forse perché c’è un livellamento verso il basso. Poche sono le distinzioni di classe sociale.” La cittadina, 32mila abitanti, è nata dalla fusione in epoca sovietica dalla fusione di tre villaggi industriali. “La crisi dell’industria pesante, che si era creata intorno all’attività mineraria, negli Anni Ottanta ha causato una disoccupazione generale e la decadenza della città” racconta Giordano.
Dal 2005 i Salesiani sono in questa città. Hanno creato un istituto tecnico professionale per 500 allievi, dai 14 ai 24 anni “Accolgono indifferentemente i figli di Rom e Ungheresi, proponendo ulteriori spazi di convivenza. Se c’è una prevalenza numerica è quella dei Rom, dal momento che la scuola accoglie i giovanissimi in maggiori difficoltà. Dopo gli studi e la pratica, entrano con le differenti specializzazioni nel mondo del lavoro senza troppe difficoltà.”
L’opera salesiana si rivolge a ragazze e ragazzi, ed ha una valenza sociale oltre che formativa. “A casa gli allievi non avrebbero pasti regolari, mentre attraverso la scuola lo Stato garantisce loro almeno il pranzo” spiega Giordano. “Chi ha la fortuna di essere accolto in collegio ha il privilegiodi tre pasti al giorno. E anche la disponibilità di un proprio letto: un balzo avanti rispetto a casa, dove un unico giaciglio serve per tutta la famiglia.
Quattro religiosi, insieme ai laici con i quali conducono l’istituto tecnico e i due collegi, maschile e femminile, devono far leva sul loro ascendente di adulti e di educatori per bloccare sul nascere ogni abitudine che i ragazzi ereditano dalle famiglie. “Colpisce molto l’esposizione delle armi di ogni genere che si vede nella scuola. Gli insegnanti requisiscono coltelli, pistole, fionde, spray anestetizzanti. Alcuni allievi hanno già un trascorso delinquenziale. Ma nella struttura salesiana vige una serena tranquillità che disarma i ragazzi anche della loro violenza L’esposizione rimane come un monito a non tornare alla violenza.”
Attraverso la formazione professionale (dalla saldatura alla meccanica per i maschi, dal taglio e cucito alla acconciatura per le ragazze) passa anche la formazione sociale e spirituale. Leader di questo processo di riscatto sono le testimonianze di Rom che hanno lasciato alle spalle quella parte delle loro tradizioni che li àncora ad una cultura del furto e dell’arrangiarsi. “Un insegnante è di origini Rom ed è impegnato a spiegare ai ragazzi che devono trovare in loro stessi e nelle loro famiglie quei valori che permettano di uscire dalla situazione di precarietà costante in cui si trovano.” Alle spalle hanno situazioni drammatiche: famiglie disgregate, malvivenza, rischi costanti di aggressione, consumo di droghe. “I Rom in Ungheria sono ormai tutti stanziali. A suo tempo il comunismo aveva imposto loro di non migrare. Vivono ancora le feste con i loro balli caratteristici, ma certo molta parte della tradizione è andata persa” commenta Giordano. Positivo il rapporto con le Chiese, quella cattolica e non solo. “La maggior parte dei Rom non è battezzata, ma dà segni di volersi avvicinare ai sacramenti. Sono scelte che si fanno come famiglia: ho assistito a un matrimonio fra due conviventi, e contemporaneamente al battesimo dei loro figli.” Don Simon, che guida la piccola comunità salesiana, afferma che quel che conta è farsi amare dai giovani. “Gli allievi lo capiscono vedendo non solo la dedizione a scuola e nel collegio, ma la condivisione della loro stessa condizione di vita a Kazincbarcika.”

 


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